La storia di Itamar Greenberg è davvero potente e toccante. La sua scelta di rifiutare l'arruolamento e affrontare le conseguenze dimostra un coraggio straordinario. La lettera che ha scritto e che vi mostriamo a seguire, vuole essere un invito a riflettere profondamente su temi di democrazia, diritti e giustizia. È importante ascoltare voci come...
La voce di Itamar Greenberg: un grido di libertà in un sistema che soffoca
La storia di Itamar Greenberg è davvero potente e toccante. La sua scelta di rifiutare l'arruolamento e affrontare le conseguenze dimostra un coraggio straordinario. La lettera che ha scritto e che vi mostriamo a seguire, vuole essere un invito a riflettere profondamente su temi di democrazia, diritti e giustizia. È importante ascoltare voci come la sua, che sfidano le narrazioni dominanti e ci spingono a guardare oltre la superficie.
Quando un giovane si erge contro un sistema che molti considerano immutabile, qualcosa di straordinario accade. Itamar Greenberg, appena diciottenne, non ha scelto il percorso più semplice. Ha rifiutato di arruolarsi, un atto che in Israele non è solo una sfida personale, ma un gesto rivoluzionario. La sua punizione — 197 giorni di prigione — non ha spezzato il suo spirito, ma ha forgiato un simbolo. Itamar è diventato il volto del coraggio, della resistenza e della speranza. La sua lettera, densa di verità scomode e riflessioni pungenti, è un atto di accusa contro un sistema che si presenta come democratico, ma che molti percepiscono come profondamente sbilanciato. Non è solo una lettera; è un manifesto che invita a mettere in discussione ciò che viene accettato come normale, a interrogarsi sulla realtà dietro il concetto di "democrazia".
Sono un attivista di 18 anni per la riconciliazione, l'uguaglianza e la giustizia. Due settimane fa sono stato scarcerato dalla prigione militare israeliana dopo aver scontato 197 giorni per essermi rifiutato di arruolarmi nell'esercito israeliano.
Sono nato in una famiglia haredi a Bnei Brak. La comunità haredi in Israele, che costituisce il 14 per cento della popolazione, è un ambiente chiuso. Nel contesto in cui sono cresciuto il servizio militare non è minimamente considerato, per motivi religiosi.
A 12 anni ho capito che l'unico modo per me, bambino haredi, di sentirmi nella parte "mainstream" della società israeliana era entrare nell'esercito. Il percorso da quella consapevolezza alla mia recente scarcerazione è stato segnato da profonde riflessioni e conflitti interiori, tra propaganda nazionalista e pensiero razionale ed etico.
Ho iniziato a farmi domande, non solo sulla fede religiosa in cui ero stato cresciuto, ma anche sull'umanità e sul suo futuro.
Per la maggior parte degli israeliani, il servizio militare non è solo un obbligo legale ma quasi una necessità, un motivo di orgoglio e prestigio. Ma più venivo a sapere del ruolo dell'esercito israeliano nel controllo e nella repressione di milioni di palestinesi, più capivo che arruolarsi non era solo una via d'accesso alla società israeliana; significava prendere parte attiva a un sistema di violenza, dominio e oppressione.
Mi sono reso conto che, se mi fossi arruolato, sarei diventato parte del problema. Ho capito che per me era una scelta: la parte "mainstream" della società israeliana o la moralità. Ho scelto la moralità.
Questa decisione non è stata il risultato di un singolo momento emotivo, ma il culmine di un lungo processo di apprendimento e presa di coscienza morale. Più imparavo, più capivo che non potevo indossare un'uniforme che simboleggia uccisioni e oppressione.
Tutto questo riguarda il rifiuto nel contesto dell'occupazione. Ma nel mio caso, rifiutarmi di servire è stato anche un rifiuto nel contesto di un genocidio: ho rifiutato perché non volevo essere coinvolto nell'attuazione di un genocidio. Sono quello che in Israele viene chiamato un refusenik del genocidio.
In Israele, rifiutarsi di svolgere il servizio militare per motivi politici e morali ha un costo personale pesante. Socialmente, può significare isolamento ed emarginazione. Da un punto di vista legale, poiché la coscrizione militare è obbligatoria – con alcune eccezioni, tra cui per i cittadini palestinesi di Israele o per motivi specifici – rifiutare di arruolarsi per obiezione di coscienza è punibile con la prigione. Sono stato condannato ripetutamente da un colonnello dell'esercito israeliano a pene detentive all'interno di una prigione militare. In totale ho scontato 197 giorni, suddivisi in cinque periodi distinti. Fino alle ultime ore della mia detenzione, non sapevo per quanto tempo ancora sarei rimasto in prigione.
Le condizioni carcerarie sono dure. Alcuni giorni sono stato messo in isolamento a causa di minacce da parte di altri detenuti. Ogni giorno ero costretto a stare in piedi sull'attenti per circa quattro ore.
Eppure leggevo, pensavo e scrivevo. E proprio per questo la mia mente era lucida. Sapevo di star facendo la cosa giusta, con un profondo senso di pace.
In ogni momento, sapevo che avrei potuto essere libero: tutto ciò che dovevo fare era accettare di fare il soldato. Ma come potevo, quando fuori era in corso una campagna di pulizia etnica e distruzione?
Ci sono bambine e bambini che vivono nella paura costante per la loro vita, nel terrore esistenziale non per qualcosa che hanno fatto, ma semplicemente perché sono nati palestinesi. Ho scelto di entrare in una cella come atto di solidarietà con loro e non avevo intenzione di chiedere la mia liberazione prima di loro. O forse sono entrato in cella per non ucciderli.
Rifiutare di fare il servizio militare ha avuto anche conseguenze pratiche. In Israele, l'esercito non è solo un'istituzione militare: è la porta d'ingresso alla società. Chi non lo fa è automaticamente considerato un cittadino di seconda classe. Le porte si chiudono, le opportunità si riducono, e il messaggio è chiaro: se non fai parte del sistema, non hai un vero posto qui.
Il mio rifiuto non è stato solo una scelta personale ma una dichiarazione politica e la società israeliana ha reagito di conseguenza.
Da una parte, esponenti della sinistra radicale hanno espresso sostegno nei miei confronti. Dall'altra, la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica israeliana mi considera un traditore. Mi hanno chiamato antisemita e simpatizzante del terrorismo.
Anche nel mio ambiente più vicino non è stato sempre facile. Un piccolo numero di amici non ce l'ha fatta ad accettare la mia posizione e ha interrotto i rapporti con me.
Ma non vedo il mio rifiuto come una lotta solo personale. Fa parte di una battaglia più ampia: contro il militarismo, contro l'oppressione, contro una realtà in cui la violenza è la risposta predefinita.
La violenza non deve solo smettere di essere la norma. Deve essere esclusa del tutto. Le uccisioni di massa e l'apartheid non sono, e non potranno mai essere, una strada verso la 'sicurezza': sono crimini contro l'umanità.
La comunità internazionale non può limitarsi a 'esprimere preoccupazione'. Le esportazioni di armi a Israele devono essere fermate. I leader israeliani responsabili di crimini internazionali devono essere perseguiti. E genocidio e apartheid devono finire immediatamente.
A questo punto del discorso dovrebbero esserci parole di speranza. Ma non abbiamo tempo per sognare. Ora è il momento di resistere.
Itamar Greenberg
Le parole e le azioni di Itamar Greenberg illuminano le profonde contraddizioni di un sistema che viene presentato come democratico, ma che lascia dietro di sé un'ombra lunga di oppressione e conflitti irrisolti. Essere un refusenik, in questo contesto, è molto più che una scelta individuale: è un atto rivoluzionario di resistenza morale e politica.
Il percorso di Itamar racconta una verità difficile da ignorare: l'integrazione in una società non dovrebbe mai avvenire a spese della dignità e dei diritti fondamentali di altri esseri umani. Le sue esperienze —dalla decisione presa a soli 12 anni di arruolarsi per "appartenere", fino al rifiuto coraggioso a 18 anni— evidenziano una maturità straordinaria e una consapevolezza morale che sfidano il conformismo e il silenzio.
Itamar rifiuta la "normalità" di una società che, come afferma, si fonda sull'oppressione di un altro popolo. La sua dichiarazione secondo cui "una società giusta non può essere costruita sulla canna di un fucile" è più di una presa di posizione politica; è un monito universale. I refusenik rappresentano una piccola ma potente voce di dissenso in una realtà dominata da pressioni sociali, politiche e militari. Sono una dimostrazione vivente di come il cambiamento possa nascere dalla scelta coraggiosa di non partecipare, di resistere alla narrativa dominante.

Questo ci richiama a un interrogativo più grande: quale tipo di società vogliamo costruire?
È una domanda fondamentale che, di fronte a storie come quella di Itamar Greenberg, diventa impossibile ignorare.
Vogliamo una società che si fondi sulla dignità umana, sull'uguaglianza e sulla giustizia, o una in cui l'oppressione e l'indifferenza vengono normalizzate?
Le scelte individuali, come quella di Itamar, ci mostrano che ogni persona ha il potere di influenzare il corso della storia, anche solo rifiutandosi di essere complice di ciò che considera ingiusto. È un invito a tutti noi, come collettività, a riflettere su quali valori vogliamo mettere al centro della nostra società: solidarietà o divisione, dialogo o conflitto, libertà o controllo.
Itamar Greenberg ci chiede, con il suo esempio, di essere critici, di essere vigili, di non permettere che valori fondamentali vengano sacrificati in nome di ideologie, convenienze o paura. La sua storia invita a rifiutare l'indifferenza e a cercare alternative che possano mettere al centro la giustizia, la dignità e l'uguaglianza.
Un ragazzo di 18 anni ha avuto il coraggio di dire "no" a ciò che molti accettano come inevitabile. Le sue parole e il suo esempio devono essere ascoltati e amplificati, perché ci ricordano che, anche nei contesti più difficili, c'è spazio per la speranza, per la solidarietà e per l'umanità.
Il paradosso della falsa democrazia
Israele, per alcuni, è il simbolo di innovazione, resistenza e progresso. Per altri, è una democrazia che tradisce le sue promesse. La scelta di Itamar rivela le contraddizioni intrinseche di un sistema in cui la partecipazione obbligatoria all'esercito non è solo un servizio, ma un ingranaggio in una macchina più grande. Una macchina che, secondo Greenberg, mina i diritti fondamentali, ignora le voci dissenzienti e perpetua una dinamica di controllo piuttosto che di inclusione.
Il potere della ribellione personale
La decisione di Itamar di dire "no" non è stata solo personale; è stata politica, morale, esistenziale. In un paese dove - a dire il vero - il conformismo è premiato e la dissidenza viene punita, la sua scelta risuona come un invito universale: avere il coraggio di mettere in discussione, di esporre le ingiustizie, di credere in un futuro diverso. È un richiamo alla responsabilità individuale di rifiutare l'oppressione, anche quando è travestita da ordine e tradizione.
Un futuro costruito sulle voci coraggiose
La storia di Greenberg è una scintilla. È il tipo di coraggio che accende le coscienze e provoca cambiamenti. La sua lettera ci sfida a non accettare passivamente ciò che ci viene presentato, ma a cercare la verità, anche quando è scomoda. È un promemoria che la democrazia non può essere solo una parola; deve essere un sistema che abbraccia la libertà, la giustizia e l'uguaglianza, senza compromessi.
La sua scelta, il suo sacrificio, il suo messaggio sono un'opera di persuasione potente, un esempio che non lascia spazio all'indifferenza. Nel leggere la sua lettera e nel condividerne il contenuto, rispondiamo a un appello universale: non chiudere gli occhi, non rimanere in silenzio. Perché è dalle voci come quella di Itamar che nasce il cambiamento.
Le sue parole sono un pugno nello stomaco, un richiamo alla realtà che spesso viene ignorata. La scelta di entrare in una cella come atto di solidarietà è un gesto che trascende il personale e diventa universale. È un grido di empatia, un rifiuto di accettare l'ingiustizia come norma. La sua riflessione sul "non ucciderli" è profondamente umana e dolorosa, un riconoscimento del peso morale che certe scelte portano con sé. Questa storia, e il messaggio che trasmette, è un invito a guardare oltre le etichette e le narrazioni preconfezionate. È un appello a riconoscere l'umanità condivisa, anche in mezzo a divisioni apparentemente insormontabili.
Le storie di questi giovani, come Itamar Greenberg e Tal Mitnick, e le parole di Nimrod Flaschenberg, illuminano un panorama di dissenso morale e di coraggio raro, in un contesto dove la conformità è spesso imposta con forza. La rete "Mesarvot", con la sua missione di supporto, rappresenta uno spazio cruciale per coloro che si oppongono a un sistema che percepiscono come intrinsecamente ingiusto e oppressivo.
L'esistenza dei refusenik sottolinea una verità essenziale: anche di fronte a condizioni apparentemente immutabili, c'è chi sceglie di resistere, di non accettare la narrativa predominante e di opporsi a ciò che considera violazioni dei diritti fondamentali. La loro lotta ha un costo altissimo, fatto di incarcerazioni ripetute e isolamento sociale, ma il loro impegno ricorda a tutti noi che le decisioni individuali possono essere strumenti potenti di protesta e di cambiamento.
Questa resistenza silenziosa, che si esprime non con armi ma con la scelta del rifiuto, solleva domande profonde sul significato dell'obbedienza, della giustizia e dell'umanità. Qual è il prezzo da pagare per rifiutare di essere complici? E cosa possiamo imparare da chi ha il coraggio di pagarlo? Il loro esempio ci invita a non rimanere in silenzio di fronte alle ingiustizie e a riconoscere il valore della solidarietà e della verità, anche quando comporta un grande sacrificio.
Meditiamo!
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