Il potere delle narrazioni: come i media influenzano la nostra visione del mondo

25.03.2025

scritto da Abel Gropius

SU LINEA DI CONFINE


dedicato a Hossam Shabat

La tua voce, spezzata troppo presto, risuonerà nelle coscienze di chi cerca giustizia. Il tuo modo di raccontare la verità, di fronte al pericolo, il tuo spirito, la tua dedizione e il tuo sacrificio ci sia da esempio; resterà come un simbolo per tutti coloro che credono nel potere delle storie, della parola, del monito e nella dignità di un popolo.

Che il mondo impari a non dimenticare ciò che hai testimoniato. Riposa in pace.


Ogni giorno ci viene raccontata una storia. Non solo quella degli eventi che accadono, ma quella del "come" e del "perché" quegli eventi accadono. Tuttavia, queste storie non sono neutrali. Sono costruite, modellate, spesso piegate per adattarsi a interessi economici, geopolitici o culturali. Pensateci: quante volte ci siamo imbattuti in notizie su eventi tragici in una parte del mondo, mentre altre tragedie, altrettanto devastanti, vengono ridotte a una nota a piè di pagina o addirittura ignorate? Accade spesso, purtroppo, che le tragedie siano trattate in modo diseguale dai media. Eventi drammatici in alcune parti del mondo ricevono una copertura intensiva, attirando l'attenzione globale, mentre altre crisi – non meno significative – vengono relegate a brevi notizie o del tutto ignorate. Questo squilibrio non è casuale, ma risponde a una combinazione di fattori complessi.



Tra ieri e oggi, mentre scrivo, sono accaduti due fatti di portata internazionale, due atti gravissimi. Ma nessuno ne parla, o perlomeno, gran parte dell'editoria risulta distratta da altro. L'arresto di Hamdan Ballal, di cui al momento non si conosce la sorte, e l'uccisione del giornalista 23enne Hossam Shabat. La mancata divulgazione di eventi come questi è la dimostrazione plastica ed emblematica di come alcune notizie, nonostante la loro gravità, possano essere marginalizzate o trattate con superficialità dai media mainstream.

Hamdan Ballal, co-regista del documentario premio Oscar No Other Land, è stato arrestato in Cisgiordania durante scontri tra coloni israeliani e palestinesi. Secondo alcune fonti, Ballal è stato ferito prima di essere arrestato, e al momento non è chiaro dove si trovi o quali siano le sue condizioni. Questo episodio solleva interrogativi sulla libertà di espressione e sulla sicurezza degli artisti e attivisti in contesti di conflitto.

Hossam Shabat, giovane giornalista palestinese di 23 anni, è stato ucciso a Gaza da un drone israeliano mentre documentava la realtà del conflitto. Shabat era noto per il suo coraggio nel raccontare le atrocità subite dal popolo palestinese, nonostante le minacce ricevute. La sua morte è stata accompagnata da un messaggio postumo che invita il mondo a non distogliere lo sguardo da Gaza.

Questi eventi non solo mettono in luce le tensioni e le ingiustizie in corso, ma evidenziano anche il ruolo cruciale – e spesso pericoloso – di chi cerca di raccontare la verità.

La mancanza di attenzione mediatica su queste vicende è un ulteriore segnale di quanto sia necessario un giornalismo più equo e indipendente. 

A quasi 24 ore dalla sua morte se andiamo a inserire delle parole chiavi come il nome e cognome del giornalista ucciso, questa è la corrispondenza sulla pagina di ricerca. Risultato: delle testate italiane più importanti non ne parla ancora nessuno!



Un tocco sullo schermo, ed ecco un'inondazione di notizie, opinioni, immagini. Ma fermiamoci un istante: quanto di ciò che leggiamo o vediamo rappresenta realmente la complessità del mondo? Quanto è filtrato, manipolato o, peggio ancora, deliberatamente ignorato? È una domanda che vale la pena porsi, perché le narrazioni – quelle che dominano i nostri media – hanno un potere immenso nel plasmare la percezione collettiva. 

Ogni giorno ci viene raccontata una storia. Non solo quella degli eventi che accadono, ma quella del "come" e del "perché" quegli eventi accadono. Tuttavia, queste storie non sono neutrali. Sono costruite, modellate, spesso piegate per adattarsi a interessi economici, geopolitici o culturali. Pensateci: quante volte ci siamo imbattuti in notizie su eventi tragici in una parte del mondo, mentre altre tragedie, altrettanto devastanti, vengono ridotte a una nota a piè di pagina o addirittura ignorate? 


Un esempio emblematico è quello dei conflitti in corso, come quello israelo-palestinese. Le narrazioni su questo tema sono cariche di pregiudizi e fratture ideologiche. Da una parte, c'è la tendenza a etichettare, a categorizzare i protagonisti come "eroi" o "nemici", mentre dall'altra, c'è il silenzio: un'omissione che parla forse più forte di mille parole. Ma cosa accade quando i media non raccontano tutta la verità, o la raccontano in modo parziale? 

La risposta è semplice: perdiamo la nostra capacità di comprendere, di empatizzare, di immaginare soluzioni.

Eppure, non tutto è perduto. L'era digitale ha aperto nuove possibilità: i social media, nonostante tutti i loro difetti, danno voce a coloro che una volta erano invisibili. Le storie che una volta venivano soffocate possono ora emergere, sfidando i monopoli narrativi delle grandi testate. Ma con questo nuovo potere viene anche una grande responsabilità: quella di essere lettori critici, di non accettare passivamente ciò che ci viene presentato, di cercare attivamente diverse prospettive.

Riflettere su come i media influenzano la nostra percezione del mondo non è solo un esercizio accademico; è una necessità. In un mondo sempre più interconnesso, la comprensione delle dinamiche delle narrazioni non è solo una questione di giustizia, ma anche di sopravvivenza. Perché, alla fine, le storie che scegliamo di raccontare – e quelle che scegliamo di ascoltare – definiscono chi siamo e chi vogliamo diventare.



La mancanza di copertura mediatica da parte delle principali testate italiane sulla morte di Hossam Shabat è un esempio lampante di come alcune storie vengano marginalizzate. Nonostante la gravità dell'evento, solo alcune fonti internazionali e indipendenti hanno riportato la notizia. Questo silenzio può essere attribuito a diversi fattori, tra cui interessi editoriali, pressioni politiche o la percezione che il pubblico italiano sia meno coinvolto in questioni legate al conflitto israelo-palestinese. La morte di di Hossam Shabat, un giovane giornalista palestinese, rappresenta non solo una tragedia personale, ma anche un simbolo della lotta per la libertà di espressione in contesti di oppressione. Il suo ultimo messaggio, pubblicato postumo, è un appello a non distogliere lo sguardo da Gaza e a continuare a raccontare la verità.


Domanda: Come si può arrivare a un livello tale di abbrutimento morale e intellettuale da convincersi che ciò che è palesemente ingiusto sia in realtà giusto?


Spesso, ciò che sembra un "abbrutimento morale" è il risultato di un processo graduale, in cui convinzioni e valori vengono plasmati da una combinazione di fattori personali, culturali e sistemici.

Il potere della narrazione

Le persone tendono a credere a ciò che viene ripetuto e normalizzato. Quando un'ingiustizia viene presentata come necessaria o inevitabile attraverso narrazioni dominanti – nei media, nell'educazione o nella politica – può diventare accettabile agli occhi di molti. Questo fenomeno è noto come "banalizzazione del male", un concetto esplorato da Hannah Arendt, che descrive come individui ordinari possano accettare o partecipare a ingiustizie sistemiche senza metterne in discussione la moralità.

Conformismo e pressione sociale

Il desiderio di appartenere a un gruppo o di evitare conflitti può portare le persone a conformarsi a idee o comportamenti che, in altre circostanze, avrebbero rifiutato. Questo è particolarmente vero in contesti in cui il dissenso è punito o stigmatizzato.

Disumanizzazione

Un altro meccanismo è la disumanizzazione, in cui un gruppo di persone viene percepito come "altro" o inferiore. Questo processo rende più facile giustificare trattamenti ingiusti, poiché la vittima viene vista come meno degna di empatia o diritti.

Ignoranza e paura

La mancanza di conoscenza o l'esposizione a una sola prospettiva possono limitare la capacità di riconoscere l'ingiustizia. La paura – che sia di perdere privilegi, sicurezza o status – può spingere le persone a razionalizzare l'ingiusto come giusto, per proteggere ciò che percepiscono come minacciato.

Responsabilità individuale e collettiva

Riconoscere e combattere queste dinamiche richiede uno sforzo consapevole, sia a livello personale che sociale. Educazione critica, esposizione a diverse prospettive e il coraggio di mettere in discussione le narrazioni dominanti sono strumenti fondamentali per resistere a questo tipo di abbrutimento.

Esplorare a fondo questo tema significa addentrarsi nei meccanismi della mente, nelle dinamiche sociali e nei contesti storici che rendono possibili certi fenomeni.


1. Psicologia del conformismo e della percezione

Potremmo analizzare come la psicologia sociale, attraverso esperimenti come quelli di Asch sul conformismo o di Milgram sull'obbedienza all'autorità, ci insegna quanto sia facile per le persone accettare o giustificare ciò che è sbagliato quando influenzate da un gruppo o da figure di potere.

2. L'importanza delle narrazioni dominanti

Approfondiamo il ruolo dei media, dell'educazione e della cultura popolare nel costruire narrazioni che possono normalizzare l'ingiustizia. Chi controlla il discorso pubblico? Come si decide quali voci vengono amplificate e quali invece silenziate?

3. Contesto storico e disumanizzazione

Possiamo esplorare esempi storici di ingiustizie sistemiche che sono state giustificate attraverso la disumanizzazione di un gruppo. Dal colonialismo ai totalitarismi, i parallelismi ci aiutano a comprendere il presente.

4. Resistenza alla manipolazione

Cosa si può fare per opporsi a questi meccanismi? Discutiamo strategie per coltivare pensiero critico, empatia e consapevolezza. Potremmo affrontare il potere della contro-narrazione, della cultura indipendente e del dissenso.



Chi controlla il discorso pubblico? Come si decide quali voci vengono amplificate e quali invece silenziate? Cosa si può fare per opporsi a questi meccanismi? Questo e altro ancora, in uscita il 21 Aprile, sul saggio "La coscienza del lombrico" edito da Isla Media. In download gratuito a chi si registrerà sul sito www.isla-media.com. La cattiveria umana è un fenomeno complesso e multiforme che si manifesta in vari modi e contesti. Il saggio esplora le radici della cattiveria, le sue espressioni e le conseguenze sul vissuto delle vittime.


🎙️ "Chi controlla il discorso pubblico? Perché alcune voci sono amplificate mentre altre vengono messe a tacere?" 🪱 La cattiveria umana non è solo una questione individuale: è un fenomeno complesso che ci tocca tutti.

📖 "La coscienza del lombrico"21 aprile, edito da Isla Media, è il saggio che cambia la prospettiva:

  • 🌱 Scopri le radici profonde della cattiveria.

  • 🎭 Analizza le sue espressioni sociali e culturali.

  • 💡 Rifletti sulle conseguenze che lascia sulle vittime e su come opporsi.

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🌍 Perché capire è il primo passo per cambiare.

📢 Fai sentire la tua voce: condividi e unisciti alla conversazione! #CoscienzaDelLombrico #21Aprile #Riflessione #SocialJustice #IslaMedia


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