Educare al discernimento nell’era digitale: oltre il semplice divieto

23.03.2025

Paolo Crepet, con il suo stile diretto e provocatorio, sa come catalizzare l'attenzione e stimolare il dibattito. Le sue affermazioni fanno parte di un gioco di ruolo in cui, da una parte, è vero che evidenzia problemi concreti e importanti, ma dall'altra spesso si avvale di toni che enfatizzano i limiti senza lasciare molto spazio a un dialogo costruttivo o a una visione ottimista. In questo senso, è bene ricordare che generalizzare troppo sui giovani o demonizzare certi fenomeni - pur di vendere un libro o aumentare il proprio hipe e pubblico a teatro (autore di "Mordere il cielo" per Mondadori e in tour nei teatri d'Italia) - rischia di oscurare non solo le loro potenzialità, ma anche il nostro ruolo di genitori e società. Nel panorama odierno, dominato dalla tecnologia e dalla connessione continua, la capacità di discernere non è solo una competenza: è una necessità fondamentale. Troppo spesso ci troviamo di fronte a risposte semplificate, come il divieto totale dell'uso dello smartphone fino a una certa età, che non risolvono il problema di fondo e, anzi, rischiano di aggravarlo. È giunto il momento di ripensare all'educazione non come controllo, ma come guida verso un uso consapevole e critico degli strumenti tecnologici


C'è la tendenza ad annacquare le emozioni, a neutralizzarle. Vanno invece vissute. La malinconia va recuperata, è uno stato meraviglioso della vita. Ai ragazzi dico di aprire il vocabolario e di spegnere lo smartphone.

Andiamo al dunque! 

Partiamo da un assunto acuto e che giustamente invita alla riflessione. Se una parte significativa di esperti nel campo della psichiatria evidenzia che gli effetti cerebrali legati all'uso eccessivo dello smartphone sono così pervasivi da richiedere misure più forti della semplice educazione, è necessario prenderne atto. Non per abbandonare l'educazione, ma per integrarla con approcci che possano affrontare il problema nella sua complessità.

Le ricerche sul cervello mostrano che l'uso prolungato e inconsapevole di dispositivi tecnologici può influenzare negativamente la capacità di attenzione, il sonno, il livello di stress e, nei casi più estremi, portare a comportamenti compulsivi. In questi casi, non basta un dialogo teorico: servono azioni pratiche e interventi mirati, come percorsi di disintossicazione digitale, limiti ben regolati in ambienti come la scuola, e una maggiore attenzione agli aspetti neurobiologici e psicologici.

L'educazione resta centrale però, ma deve essere affiancata da un'architettura di supporto: regolamentazioni efficaci, coinvolgimento di genitori e professionisti della salute mentale, e magari un accompagnamento che includa momenti di "distanza" dalla tecnologia per permettere ai giovani di recuperare un equilibrio.

La storia ci insegna che proibire qualcosa raramente ha portato a risultati positivi. Dal proibizionismo negli Stati Uniti al semplice "non toccare!" che spesso suscita nei bambini la voglia contraria, il divieto tende a generare curiosità e desiderio piuttosto che prevenzione

Vietare l'uso dello smartphone non prepara i giovani a gestirlo in futuro: li lascia invece privi di strumenti per affrontare le sfide che la tecnologia porta con sé.

A diciotto anni, non si può improvvisare un corso accelerato di "uso consapevole": è un processo che richiede tempo, accompagnamento e pratica continua. L'educazione, quindi, non può ridursi a una sottrazione, ma deve essere un'aggiunta: di conoscenza, di strumenti, di capacità critiche.



Vietare lo smartphone è come togliere una bicicletta a un bambino che non sa pedalare: non lo aiuterà mai a imparare. Il vero obiettivo dovrebbe essere quello di insegnare ai giovani come utilizzare consapevolmente la tecnologia, trasformando uno strumento potenzialmente rischioso in una risorsa utile. L'educazione digitale è fondamentale per prepararli a un futuro dove la tecnologia sarà sempre più presente. Questo include sviluppare la capacità di discernere tra informazioni utili e dannose, gestire il tempo in modo sano ed evitare comportamenti impulsivi. Solo attraverso la conoscenza e la pratica i ragazzi possono diventare utenti consapevoli, autonomi e responsabili.


Quindi, deduzione! Il problema abiterà anche da un'altra parte?


1. Lo smartphone non è Satana
Vietarlo fino ai 18 anni? È come dire che i libri vanno vietati perché qualcuno legge solo gossip. Lo smartphone è uno strumento, non un demone. Demonizzare la tecnologia serve solo a scaricare responsabilità educative. È più comodo dire "il problema è lo smartphone" che ammettere "non sappiamo più educare al suo utilizzo".

2. Proibire non educa, anzi diseduca
Lo sappiamo tutti: vietare qualcosa non ha mai risolto nulla, anzi lo rende solo più desiderabile e meno gestibile. Il nodo non è togliere lo smartphone, ma insegnare a viverlo in modo sano, equilibrato e critico. Anche perché, se li togliamo tutti fino a 18 anni, cosa facciamo poi, un corso accelerato di "uso consapevole" a diciotto anni compiuti?

3. La fragilità non nasce da uno schermo
"Stiamo allevando una generazione di fragili". Ma chi li ha cresciuti, questi fragili? Gli stessi adulti che ora vogliono vietare tutto, che non ascoltano, che non offrono spazi reali di confronto e libertà? La fragilità non nasce dallo smartphone, ma da contesti educativi poveri di senso, relazioni e fiducia.

4. Esistono anche giovani consapevoli (spoiler: sono tanti)
Parlare solo dei ragazzi che abusano dello smartphone è come giudicare tutta una generazione da due video su TikTok. Ogni giorno vediamo giovani che usano la tecnologia per imparare, per esprimersi, per attivarsi nel sociale. Li vogliamo vedere o preferiamo fare i profeti di sventura?

5. Serve responsabilità, non proclami
Le affermazioni come "vietiamo fino ai 18 anni" sono facili da dire nei talk show, ma non costruiscono nulla. Se vogliamo davvero affrontare il tema, servono scuole che parlano di educazione digitale, genitori coinvolti, adulti preparati, e una società che si interroghi sul proprio esempio. Perché no, non basta togliere lo smartphone per creare individui liberi e forti.

6. I veri divieti? Quelli di pensare con la propria testa
Alla fine, ciò che fa più male ai ragazzi non è lo smartphone. È la mancanza di fiducia, di ascolto, di spazi dove possano crescere liberi di sbagliare, riflettere, discutere. Vietare lo smartphone è solo un altro modo per dire a tutti noi: "non siete in grado, non ci fidiamo di voi". E questo, sì, è davvero pericoloso.

Eugenio Russo

E' vero, spesso si preferisce attribuire la colpa agli "strumenti" del quotidiano piuttosto che affrontare le responsabilità educative e capirne cause ed effetti.

Educare al discernimento nell'era digitale: oltre il semplice divieto

Nel panorama odierno, dominato dalla tecnologia e dalla connessione continua, la capacità di discernere non è solo una competenza: è una necessità fondamentale. Troppo spesso ci troviamo di fronte a risposte semplificate, come il divieto totale dell'uso dello smartphone fino a una certa età, che non risolvono il problema di fondo e, anzi, rischiano di aggravarlo. È giunto il momento di ripensare all'educazione non come controllo, ma come guida verso un uso consapevole e critico degli strumenti tecnologici.

Discernimento: una competenza da costruire

Educare al discernimento significa allenare la mente e lo spirito a distinguere ciò che è utile da ciò che è superfluo, ciò che arricchisce da ciò che manipola. Questa competenza si costruisce attraverso l'esempio e il dialogo. Ecco alcune azioni concrete che genitori, insegnanti e società possono intraprendere:

  1. Insegnare il pensiero critico: aiutare i ragazzi a porsi domande di fronte a ciò che vedono online. Chi ha scritto questa notizia? Qual è lo scopo di questo contenuto? Così facendo, si sviluppa la capacità di analizzare e interpretare le informazioni.

  2. Coltivare l'autoregolazione: usare la tecnologia con equilibrio non significa demonizzarla, ma imparare a dosarne l'uso. Creare momenti di pausa dallo schermo, come le "zone senza tecnologia" in casa, può essere un primo passo.

  3. Promuovere il dialogo aperto: parlare apertamente dei rischi e delle opportunità del digitale, senza giudizio o imposizioni. Il dialogo crea fiducia e offre ai giovani uno spazio sicuro per esprimere dubbi e sfide.

  4. Offrire modelli positivi: gli adulti devono essere i primi a mostrare un uso consapevole della tecnologia. Un genitore o un insegnante che utilizza il telefono in modo intelligente e critico diventa una guida silenziosa ma potente.

Il ruolo della società

L'educazione al discernimento non può essere lasciata esclusivamente ai singoli individui o famiglie: deve essere un impegno collettivo. Le scuole, ad esempio, possono integrare l'educazione digitale nei programmi scolastici, insegnando non solo come usare la tecnologia, ma anche come comprenderla e, se necessario, metterla in discussione. Anche le aziende tecnologiche hanno una responsabilità: creare piattaforme che favoriscano l'uso etico e trasparente dei loro prodotti.

La società, nel suo insieme, deve smettere di puntare il dito contro i giovani e iniziare a riflettere sul proprio esempio. Spesso, l'incapacità dei ragazzi di gestire la tecnologia rispecchia la stessa incapacità degli adulti. Essere modelli coerenti è il primo passo verso un cambiamento significativo.

Il vero potere educativo non sta nel dire "no", ma nel dire "ecco come puoi fare". Un'educazione al discernimento, basata su dialogo, fiducia e responsabilità, non solo prepara i giovani al mondo digitale, ma li rende capaci di vivere in modo libero e consapevole. Perché, alla fine, il futuro appartiene a chi sa scegliere, e non a chi è stato semplicemente privato di qualcosa.


A questo punto perché non vietare alcol, sigarette, droghe leggere, farine ultra-processate, carne di merda proveniente da poveri animali in allevamenti intensivi e super imbottiti di antibiotici, la coca-cola e tutta la filiera delle bibite con zucchero a gogo, succhi di frutta industriali, le metamfetamine, armi e armamenti vari, la caccia, il moralismo de li "mortaccisua" e quant'altro..

Dipingiamo ora un quadro nostalgico e commovente di una generazione che ha vissuto momenti di libertà e spensieratezza, in un'epoca che sembra quasi mitica rispetto alla complessità di oggi. E poi aggiungiamo un colpo di scena, soltanto un piccolo particolare: ma noi oggi, a distanza da quegli anni d'oro, cosa abbiamo conservato e prodotto per i nostri figli e comunque in prospettiva del loro futuro. Risposta: un bel niente, abbiamo soltanto peggiorato le cose. Quel passato cosa ci ha insegnato? Un'ammissione molto triste che, nonostante quella felicità, rende evidente che qualcosa si è perso o trasformato nel passaggio alle generazioni successive. Forse la tecnologia che abbiamo creato riflette proprio quella voglia di libertà e di connessione che ci avevi caratterizzati, ma senza il filtro necessario, però, di un'educazione consapevole. È come se avessimo dato ai nostri figli strumenti potentissimi, senza aver costruito prima le basi per usarli con saggezza.


Siamo noi, la generazione più felice di sempre. Siamo noi, gli ormai cinquantenni, i nati tra gli anni '60 e la metà degli anni '70. La generazione più felice di sempre. Siamo quelli che erano troppo piccoli per capire la generazione appena prima della nostra, quelli del '68, della politica e dei movimenti studenteschi. Ancora troppo piccoli per comprendere gli anni di piombo, l'epoca delle brigate rosse e delle stragi nere. Siamo quelli cresciuti nella libertà assoluta delle estati di quattro mesi, delle lunghe vacanze al mare, del poter giocare ore e ore in strade e cortili, delle prime televisioni a colori e i primi cartoni animati. Delle Big Babol e delle cartoline attaccate alle bici con le mollette da bucato. Delle toppe sui jeans e delle merendine del Mulino Bianco. Dei gelati Eldorado e dei ghiaccioli a 50 lire. Dei Mondiali dell'82 e della formazione dell'Italia a memoria. Di Bearzot e Pertini che giocano a scopa. Siamo quelli che andavano a scuola con il grembiule e la cartella sulle spalle, e non ci si aspettava da noi nulla che non fosse di fare i compiti e poi di giocare, sbucciarci le ginocchia senza lamentarci e non metterci nei guai. Nessuno voleva che parlassimo l'Inglese a 7 anni o facessimo yoga. Al massimo una volta a settimana in piscina, giusto per imparare a nuotare. Poi siamo cresciuti, e la nostra adolescenza è arrivata proprio negli anni '80, con la musica pop, i paninari e il Walkman. Burghy e le spalline imbottite. Madonna e il Live Aid. Delle telefonate alle prime fidanzate con i gettoni dalle cabine e delle discoteche la domenica pomeriggio. Di Top Gun e Springsteen. Dei Duran Duran e degli Spandau Ballet. Delle gite scolastiche in pullman e delle prime vacanze studio all'estero. E poi c'era l'esame di maturità, e infine il servizio militare, 12 mesi lontano da casa, i capelli rasati e tante amicizie con giusto un po' di nonnismo. Nel frattempo magari un Inter Rail e infine un lavoro. All'Università ci andavi solo se volevi fare il medico, l'avvocato o l'ingegnere. Che il lavoro c'era per tutti. Siamo cresciuti nella spensieratezza assoluta, nella ferma convinzione che tutto quello che ci si aspettava da noi era che diventassimo grandi, lavorassimo il giusto, trovassimo una fidanzata e vivessimo la nostra vita. Non abbiamo mai dubitato un istante che non saremmo stati nient'altro che felici. E, dobbiamo ammetterlo, per quanto il futuro ci sembri difficile, e per quanto questa situazione ci appaia incomprensibile e dolorosa, siamo stati felici. Schifosamente felici. Siamo la generazione più felice di sempre.

Tutto bello, ma porca puttana, vedi però che "figli" (figli della nostra educazione) e che tecnologie abbiamo sfornato!  


Ma allora ci chiediamo: pensate sia possibile recuperare quel senso di equilibrio e felicità, anche in un mondo così tecnologico e frenetico? Parliamone! 


Giovani, tecnologie ed equilibrio: verso una nuova felicità possibile

Nell'era del digitale, siamo immersi in un mondo in cui la tecnologia sembra governare ogni aspetto della nostra vita. I giovani, cresciuti in questo contesto iperconnesso, sono spesso al centro di discussioni che oscillano tra due poli opposti: la demonizzazione della tecnologia da un lato e un'apparente accettazione incondizionata dall'altro. Ma in questa dialettica polarizzante, c'è una via di mezzo che merita di essere esplorata: quella dell'equilibrio e del discernimento, per costruire una nuova felicità possibile.

Il ruolo della tecnologia: problema o opportunità?

La tecnologia non è né buona né cattiva in sé, ma è il modo in cui la utilizziamo a definirne gli effetti. È vero che l'uso eccessivo o poco consapevole degli strumenti digitali può avere impatti negativi sulla salute mentale, la capacità di concentrazione e le relazioni interpersonali. Allo stesso tempo, però, la tecnologia rappresenta un'opportunità straordinaria: consente di apprendere, di connettersi, di creare e di immaginare futuri migliori.

La sfida, quindi, non è eliminare la tecnologia, ma imparare a gestirla. Questo richiede un approccio educativo che vada oltre il semplice proibire o lasciare che i giovani si arrangino da soli. Serve una guida.

Educazione al discernimento: la chiave per un uso consapevole

L'educazione al discernimento è un processo che aiuta i giovani a distinguere tra ciò che arricchisce e ciò che distrugge, tra un uso consapevole e uno superficiale. Ecco alcune azioni concrete che possono fare la differenza:

  1. Insegnare a porsi domande: stimolare il pensiero critico è fondamentale. Qual è l'origine di una notizia? Qual è lo scopo di un contenuto? Questo processo abitua i giovani a non accettare passivamente ciò che vedono.

  2. Promuovere l'autoregolazione: creare routine equilibrate che includano momenti offline è un primo passo verso una gestione sana del tempo tecnologico.

  3. Offrire modelli positivi: i giovani imparano osservando. Gli adulti devono essere i primi a utilizzare la tecnologia in modo responsabile, diventando esempi coerenti.

  4. Costruire spazi di dialogo: parlare apertamente dei rischi e delle opportunità legate alla tecnologia favorisce la fiducia e rende i ragazzi partecipi del processo educativo.

Riscoprire il valore dell'equilibrio

Se vogliamo aiutare i giovani a vivere bene in un mondo digitale, dobbiamo lavorare per ristabilire l'equilibrio. Questo significa riscoprire il piacere delle cose semplici: una passeggiata, una conversazione senza interruzioni, un'attività creativa lontano dallo schermo. Significa anche rafforzare le relazioni umane, che sono la base di ogni felicità duratura. La tecnologia non deve sostituire questi momenti, ma integrarsi in modo armonioso nella vita quotidiana.

Una nuova felicità possibile

La felicità, alla fine, non dipende dalla quantità di tecnologia che usiamo, ma dalla qualità delle esperienze che viviamo. Una nuova felicità possibile è quella che nasce dal discernimento, dalla consapevolezza e dall'equilibrio. È quella che mette al centro l'essere umano, con i suoi bisogni di connessione, di espressione e di significato.

Non sarà un percorso semplice, ma è necessario. Perché i giovani non hanno bisogno solo di regole, ma di fiducia. Non solo di divieti, ma di strumenti per costruire la loro strada. E noi, come adulti, possiamo e dobbiamo essere al loro fianco, per aiutarli a trovare non solo una tecnologia da gestire, ma anche una vita da amare.


Ecco alcune risorse e riflessioni dalla letteratura che possono aiutarci a comprendere meglio il ruolo dei genitori, dei giovani e della società nell'educazione e nella gestione delle sfide moderne:

  1. Il ruolo dei genitori nell'educazione dei figli adolescenti: la ricerca di Vittoria Brullo offre una base ricca e approfondita per comprendere l'impatto degli stili educativi sui ragazzi durante la fase cruciale dell'adolescenza. Questa riflessione trova riscontro in molte ricerche psicologiche ed educative che sottolineano l'importanza di un equilibrio tra calore e controllo nei contesti familiari.

  2. Motivazione e autoefficacia Giuseppe Prinzivalli esplora il legame tra il ruolo dei genitori e la motivazione e autoefficacia degli studenti. Basandosi sulle teorie di Bandura, sottolinea come il sostegno emotivo e la fiducia dei genitori possano incrementare la percezione di autoefficacia nei giovani, migliorando il loro percorso formativo.

  3. Il ruolo dei maestri e dei genitori Roberto Vecchioni, in un'intervista, riflette sull'importanza di offrire ai giovani esempi solidi e valori autentici. Sottolinea che i genitori devono essere anche "maestri", capaci di trasmettere cultura, amore e consapevolezza, per aiutare i ragazzi a scegliere la loro strada con autonomia e responsabilità.

Questi contributi ci ricordano che l'educazione è un processo complesso e continuo, che richiede coerenza, dialogo e un impegno condiviso tra genitori, insegnanti e società. 


L'adolescenza, come ben messo in luce, è un periodo di trasformazione intensa che richiede ai giovani non solo di adattarsi ai cambiamenti ma anche di sviluppare strumenti di autoregolazione emotiva e comportamentale. Lo stile genitoriale autorevole si conferma, secondo numerose evidenze scientifiche, come il più efficace nel promuovere un sano sviluppo psicosociale. Questo equilibrio tra supporto affettivo e chiari confini è una combinazione preziosa per aiutare gli adolescenti a trovare il loro spazio, sviluppare autonomia e costruire resilienza. Tuttavia, l'importanza di una partecipazione attiva e coerente da parte di entrambi i genitori è cruciale. La co-genitorialità, ovvero la capacità di lavorare insieme per definire e implementare una linea educativa coerente, si rivela fondamentale nel fornire ai figli un riferimento saldo e costruttivo. Possiamo anche considerare come il contesto sociale e scolastico influisca su questi processi. Il supporto delle scuole, che riconoscono il ruolo cruciale della famiglia e lavorano in sinergia con essa, e programmi educativi mirati al benessere psicologico degli studenti, possono fare la differenza.